La prima immagine di quella giornata è il mio viso riflesso nello specchio del bagno della casa in cui sono nato, quella in via Cristoforo Colombo, con la sola ferrovia a dividerla dal mare. Oggi la casa è vuota, tranne me non ci abita nessuno: una famiglia smembrata tra dissapori e malattie. Rimpiango persino le grida dei litigi di noi fratelli o i toni esasperati delle ragioni di mia madre sulle azioni di mio padre. A tanto silenzio non riesco ad abituarmi, è come ritrovarsi in una stradina di campagna all'alba dopo una notte trascorsa in discoteca. Mi sto radendo perché lei vuole che sia in ordine, perché pare che le persone mi giudichino anche per come mi presento e lei, strano, temeva i giudizi. Li temeva a tal punto da rinunciare a vivere davvero pur di apparire all'altezza dei suoi ruoli: madre, moglie, lavoratrice, donna di casa. Le è sfuggito però quello di donna, l'aspetto che prima di ogni altro avrebbe dovuto curare nella sua vita. Era domenica, forse era l'11 giugno, non ne sono certo. Devo averlo rimosso, e anche quando oggi vado a trovarla, evito di verificare questo particolare perché mi costerebbe fatica, perché tornerei a vivere certe angosce e perché non cambierebbe nulla di quello che successe quel giorno, anzi di quello che vissi. Il giorno prima, mentre andavo via, mi aveva chiesto del tonno e quando uscii di casa avevo con me una bustina con dentro una confezione da due, di quello col grissino sul cartone che a lei piaceva tanto. Sapevo che non l'avrebbe mangiato, non mangiava più nulla, ma glielo portavo perché me lo aveva chiesto con un tono trasognato, come se mi stesse chiedendo chissà quale prelibatezza e perché, in fondo, una speranza che fingevo di ignorare occupava ogni particella del mio essere. Quella che quel tonno tanto desiderato potesse guarirla, compiere il miracolo, essere il Sacro Graal finalmente venuto alla luce. Percorro delle strade di collina che conosco appena, così vicino a casa eppure nuove, tenendo la mente occupata nel memorizzare le immagini che sfilano oltre il parabrezza: scatto istantanee del mondo esterno così inconsapevole e le associo a pensieri divertenti, surreali o mistici. Immagino che una madonna mi si pari davanti e mi dica di stare tranquillo, che sarebbe andato tutto bene alla fine. Che questo è un periodo di sofferenza per tutti, che è una prova che stavamo affrontando ma che era quasi finita e ce la stavamo facendo. Che anche suo figlio aveva sofferto tanto e l'avevano perfino ucciso ma che poi è tornato da lei. E che anche noi, alla fine, saremmo tornati a casa per vivere ancora. La prima volta che percorsi quelle strade, lei era con me. Seduta al mio fianco, sottile, rada, quasi trasparente, di una fragilità che mi costringeva a farmi forza per non scoppiare in lacrime ad ogni sguardo che mi lanciava. Ad uno stop mi disse, guardandomi con durezza, che la stavo portando a morire e che voleva tornare a casa. Non so come la convinsi che dovevamo andare, che in quella clinica l'avrebbero curata meglio di qualsiasi ospedale in cui eravamo stati. Ma ormai lei aveva parlato, aveva detto "morire", un verbo che fino ad allora avevamo sempre aggirato, esattamente come il nome della sua malattia. A tutto questo penso mentre percorro il viale che porta alla villa, una volta residenza di ricchi proprietari terrieri e oggi teatro dell'ultimo atto di tante commedie o tragedie o farse che chiamiamo vita.
lunedì 6 giugno 2022
Epilogo
Non mi scordo di te
domenica 17 ottobre 2021
Thai
Andrea vede un gatto sdraiato all'ingresso del tempio, si toglie i sandali, entra e si siede a guardarlo. Matteo si inchina a mani giunte ad una vecchia signora che gli sorride e si inchina a sua volta. Fra, con un fiore di ibisco tra i capelli, guarda i suoi figli con quell'espressione che soltanto una mamma può avere.
Offeso
Un giorno mi offesi per qualcosa. Era dicembre e faceva freddo. Avrò avuto otto o nove anni. Come tutti i pomeriggi ero a casa di mia nonna, la mamma di mio padre, che abitava nell'appartamento sotto al nostro. Mia nonna passava tutto l'inverno a guardare telenovelas sudamericane con la stufa al massimo, si moriva di caldo in quel salotto. Dicevo che quel giorno mi offesi, era primo pomeriggio, lo ricordo perché ero tornato da scuola da poco, a piedi, insieme a P. P. non mi piaceva, preferivo R., quella biondina con gli occhi celesti con cui mi misero il primo giorno di scuola ma lei abitava da un'altra parte, mentre P. viveva vicino casa mia. Insomma, ero offeso a morte per qualche torto impossibile da perdonare così me ne uscii in cortile, nel freddo di un inverno bianchissimo. Mia nonna provava a chiamarmi per farmi rientrare, che non avevo neanche il cappotto, ma a me quel sentirmi solo e in balia di qualunque cosa potesse accadermi, piaceva. E più lei tentava di attirarmi, con promesse, con dolcetti, con monete sonanti, più la mia resistenza diventava stoicismo ed io mi sentivo grande e forte. Quando iniziò a fare buio ed il freddo aumentò, mi sedetti sul davanzale della finestra del salotto e mentre mi abbracciavo le gambe stringendomi per scaldarmi, ascoltavo quello che succedeva al di là del vetro e oltre le cortine avana plissettate. Ogni rumore, ogni voce mi riconduceva ad una familiarità soverchiante, che mi faceva male al cuore. Cominciai a desiderare che dall'interno riprendessero a pregarmi di rincasare perché allora avrei potuto concederglielo, ma ormai tutti erano persuasi che insistere non sarebbe servito, forse si erano stancati di me, mi avevano dimenticato. Restai lì finché mamma non tornò dal lavoro. Sentii mia nonna che dalla porta-finestra che dava sulle nostre scale la chiamava per dirle di venire a prendermi e, nonostante mia mamma fosse restia ad entrare a casa di nonna, entrò. Attraversò parte del corridoio, superò la cucina in penombra ed uscì in cortile. Venne alla finestra e mi guardò allungando le braccia verso di me, sollevandomi da quel marmo ghiacciato. Mi strinse nel suo cappotto grigio che profumava di mamma, poi mi guardò come a chiedermi cosa fosse successo. La guardai di rimando senza parlare e ci sorridemmo di un sorriso impercettibile che soltanto noi due sapevamo esserci stato.
Hector
Quando ritorni, seppur in sogno, a persone o luoghi che hai amato è come rivivere una seconda volta, solo che sai già che amerai per sempre quelle persone e quei luoghi.
Momenti
Ricordo certi giorni di me bambino in cui mi sentivo felice. C'erano alcuni momenti ricorrenti che attendevo con ansia spasmodica perché in quegli istanti provavo un benessere diffuso che mi stordiva e mi faceva desiderare soltanto la non fine di quegli attimi. Uno di quei momenti speciali si verificava quando c'era il sole, qualunque fosse la stagione. Dopo pranzo mia mamma preparava il caffè e si sedeva in balcone con la tazzina in mano. Io mi rannicchiavo sulle mattonelle calde con le ginocchia raccolte sul petto e con la schiena contro la ringhiera bianca e azzurra. Mi incantavo a guardarla fumare, il sole sul viso, dopo che aveva bevuto il caffè. Mia mamma era bella e spavalda, aveva l'aria da dura e quando aspirava il fumo socchiudeva gli occhi in due fessure brillanti. Era il mio eroe. Volevo somigliarle, essere forte e sicuro come lo era lei. Quando spostava lo sguardo su di me mi faceva un regalo, quei pochi minuti che si concedeva dai suoi impegni sapevo che erano solo suoi ed in quel momento mi sentivo come un intruso nella sua vita. Poi però mi sorrideva e mi faceva cenno di avvicinarmi, mi accarezzava i capelli, uno dei suoi rari gesti d'affetto, e la sua espressione diventava dolce come non lo era mai. Allora l'amavo, l'amavo con tutto me stesso ed ero felice.
Colazione
Epilogo
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