Era il 30 marzo del 2013, in navigazione sul Rio Negro nella giungla colombiana. Erano giorni avventurosi e pieni di scoperte quotidiane, giorni incerti fatti di momenti di solitudine e di incontri insperati. Il mio tempo migliore è quello che ho dedicato a viaggiare. Mi sono sempre ritrovato nelle parole di Sam Gamgee quando è in cammino per lasciare la Contea: "Se faccio un altro passo non sarò mai stato così lontano da casa". La sua paura e la sua eccitazione sono, ogni volta, le mie.
venerdì 22 ottobre 2021
domenica 17 ottobre 2021
Masai Mara
Questa foto è stata scattata 18 anni fa. Stasera ho potuto guardarla per la prima volta. Era un fotogramma nero, trasferito di cartella in cartella e oggi è saltato fuori. L'ho schiarito e sistemato al meglio e nonostante la qualità scadente il ricordo che compare non lo è affatto. Ero a Masai Mara, a qualche ora d'auto da Nairobi, tra le mie braccia c'è Bavika, figlia di amici indiani che vivono in Kenya e la mia mano è sulla spalla di un un vecchio masai di cui non ricordo il nome. Eccoci, in posa ognuno per un motivo diverso, con un'età diversa, con un colore diverso, con una lingua diversa. Questa foto è perfetta.
Hector
Quando ritorni, seppur in sogno, a persone o luoghi che hai amato è come rivivere una seconda volta, solo che sai già che amerai per sempre quelle persone e quei luoghi.
La meta
"E' il 16 luglio 2013, sono le 18.01 e sono seduto ad un vecchio tavolo tirato a lucido e agghindato con centrini e statuine di limonge. I graffi e le ammaccature su cui faccio scorrere le dita mi raccontano che questo tavolo è qui da molto tempo, come il resto dell'arredamento e come la casa stessa. Le tante fotografie in bianco e nero parlano di una famiglia numerosa, una di esse ritrae l'intera dinastia nei primi anni '50. Gli uomini hanno baffi importanti e sguardi fieri, le donne sembrano conoscere già il loro futuro, anche le sei adolescenti con l'abito da suora. Mentre scrivo la distinta signora che mi ha amabilmente accolto si aggira silenziosa per la casa, entrando e uscendo da stanze che subito vengono richiuse, lasciandomi la curiosità dei segreti che celano. I rintocchi di una campana mi distraggono dalle mie fantasie richiamando lo sguardo oltre la grande finestra che si apre sulla cattedrale che ho tanto rincorso.
Mi preparo il caffè in una città non mia, in una casa non mia, in una cucina non mia, in un tempo che sembra non appartenermi. Lo faccio con i gesti consueti di una vita, come se invece tutto questo fossero un luogo ed un momento miei da sempre. L'aroma del caffè che invade il cucinino è confortante, ce n'è bisogno.
Sosta himalayana
Lemon tea, bollente e ristoratore. Fuori piove e ci siamo rifugiati in un posto dove ci stanno preparando da mangiare. C'è una pace insolita tutt'intorno, un silenzio a cui non sono abituato. Siamo avvolti dalla nebbia e sentiamo la pioggia ticchettare sul tetto di lamiera di questo... riparo. Tappeti, cuscini, galline, bambini scalzi ed un profumo di spezie soffrite che piano piano invade la stanza.
Albergue
Arrivare all'albergue era come rientrare a casa. Tra doccia, bucato e preparazione della cena c'era un particolare unico: la tua famiglia aveva ogni sera occhi diversi.
Tijuana
Il lamento di una tromba, una strada deserta, panni stesi al vento. Io che avanzo a passi incerti con la camicia fuori dai jeans. Ho in bocca sapore di ron, tabacco e sangue. Davanti al portone scrostato cerco invano le chiavi. Guardo in su, verso le persiane accostate e prendo fiato per chiamare. No, meglio godermi ancora un po' questo buffo ondeggiare.
Cammino degli Dei, tappa (di vita)
Giorno 5: Tagliaferro - Firenze Km 30
La telefonata
L'ultima volta che sono entrato in un ospedale è stato cinque anni fa, in quello centrale de La Habana. In realtà dovevo soltanto telefonare ma visto che telefoni pubblici funzionanti non ce ne erano, chiesi ad un ragazzetto incontrato per strada dove potessi trovarne uno. Quello mi disse che un suo amico aveva un cellulare e che avrei potuto pagare a lui la chiamata così ci addentrammo nei vicoli sgarrupati de La Habana Vieja, tra puzzo di piscio e olio fritto. Jesus, l'amico col cellulare, non era in casa ma il gran chiamare dalla strada in direzione della sua finestra fece affacciare mezzo quartiere che si mobilitò per "conseguir" un telefono per me. Dopo un colorito conciliabolo inframmezzato da saluti e pettegolezzi, si arrivò alla conclusione che avrei potuto telefonare dall'ospedale. Una ragazza magra con dei saldali di cuoio, Camilla, mi avrebbe accompagnato. Attraversammo il quartiere mentre lei mi raccontava delle famiglie che ci vivevano e mi nominava ad uno ad uno i bambini che giocavano a baseball nei vicoli o che ascoltavano musica da vecchi radioni, improvvisando passi di ballo per me, orso totale, complicatissimi. Camila mi chiese se mi piacesse il mojto così mi fece entrare in un portoncino anonimo e ci ritrovammo in un salone-museo, un enorme spazio ricolmo di mobili, quadri, arazzi, strumenti musicali, libri e altri oggetti a me sconosciuti che prima dell'embargo rappresentavano la modernità e che ora erano soltanto cimeli polverosi. Una attempata signora di colore in vestaglia e ciabatte, materializzatasi al centro del salone, ci venne incontro con un sorriso disarmante sul viso e mi salutò baciandomi sulle guance. Poi ci fece strada verso una scalinata in ferro battuto che portava su un terrazzo meravigliosamente avvolto da piante e fiori di tutti i colori. Su un lato corto di questo rettangolo sospeso sui tetti della città, nel fresco del mattino presto, un ragazzone di colore, pensai fosse il figlio della signora in vestaglia, era piazzato dietro al bancone di un bar improvvisato. Ci sedemmo ad un minuscolo tavolino tondo in ferro, stile belle epoque, e ordinammo due mojto. Ricordo ancora le radici della menta appena estirpata dal vaso alle spalle del barista, sporche di terra e di un verde mai visto. Ne bevemmo diversi perché quella vista meritava di essere celebrata e perché l'ospedale è sempre un brutto posto in cui entrare, anche a detta di Camila che mi raccontava del nonno ferito da certi ladrones mentre era a difesa del suo porcile durante el periodo especial. Quando arrivammo davanti al palazzone fatiscente a due passi dal mare, l'ospedale Calixo Garcìa, mi prese quel nodo allo stomaco che mi coglie sempre di fronte a questo contenitore di sofferenza. I telefoni, quattro, erano nell'atrio, a pochi metri dalle porte d'ingresso. Telefonai velocemente, mentre provavo a non far caso al movimento di medici, pazienti e visitatori che si agitava intorno a me. Ogni tanto volgevo lo sguardo a Camilla e mi aggrappavo al suo sorriso per vedermi già fuori di lì.
Appunti messicani
La vidi che mi cercava con lo sguardo tra le persone e le valige. Aveva i capelli raccolti in uno chignon e fiori bianchi in mano, una sposa arrivata in anticipo e io mi avviai a quell'altare a passo troppo solerte.
L'imbarazzo durò il tempo di uno sguardo, mi caricai lo zaino in spalla e con un mazzo di fiori bianchi in una mano e la mano di una sconosciuta nell'altra entrai in Messico, uscendo da una porta automatica dell'aeroporto di Cancùn.
La musica ranchera era troppo alta, i sedili troppo impolverati e la Virgen de Guadalupe che pendeva dallo specchietto retrovisore del taxi oscillava decisamente troppo.
C'è questa strana abitudine di fare il giro dei locali: una tequila al Coco Bongo, un mezcal al Mandala, un rompope a La Vaquita, troppe Corona a El Socio. Parlavamo due lingue differenti ma tutto quell'alcol sostituiva le parole mancanti e traduceva i nostri pensieri. Era chiaro che mi stavo ficcando in un grosso guaio.
domenica 21 giugno 2020
Dia de los muertos
La notte del dia de los muertos è una notte di falò e di musica, di ghirlande di fiori, di tequila in bottiglie squadrate, di tabacco rollato e di corpi sudati. Li ho conosciuti lì, ero con un'amica che mi aveva accompagnato e che persi quasi subito; si chiamava Flora, studiava diritto commerciale marittimo e lavorava alla reception di un circolo di golf a Queretaro. Dopo la laurea avrebbe lavorato per una compagnia di import/export al porto di Veracruz. Non la rincontrai più.

Non ricordo come successe ma mi ritrovai a sedere con loro quattro intorno ad un fuoco, aspettando che i morti tornassero. Bevemmo birra calda tutta la notte parlando soprattutto delle persone che avevamo perso. Erano storie molto tristi, alcune simili tra di loro. Frida aveva perso sua madre più o meno come era successo a me, lei il giorno dopo la sua morte si era tatuata due piume sotto gli occhi, voleva ricordare quelle carezze che non avrebbe più ricevuto. Leon aveva perso un fratello vicino Tijuana, ammazzato sul confine con gli Stati Uniti; era un coyote, accompagnava persone che volevano lasciare il paese per cercare fortuna in California. Intorno a noi le persone sciamavano seguendo traiettorie molto complicate, la musica sembra più lontana e iniziava a fare freddo. Il falò e le birre calde si stavano esaurendo, ci sdraiammo vicini coprendoci con quello che avevamo. Attendemmo così, con gli occhi puntati al cielo.
Ogni tanto qualcuno diceva qualcosa.
Era bello stare lì in attesa.
Epilogo
La prima immagine di quella giornata è il mio viso riflesso nello specchio del bagno della casa in cui sono nato, quella in via Cristoforo...
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Quando sei ragazzino il concetto di tempo è confuso, non so dire per quanti giorni o settimane questo videogioco è rimasto nell'unica sa...
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A distanza di anni fanno colazione con le stesse tazze. Certe cose non cambiano mentre loro crescono. Stamattina, alzandomi, li ho trovati...