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sabato 23 ottobre 2021

Nairobi

C'è questo bambino un pò più alto degli altri che ci guarda come fossimo un'occasione che sta sfuggendo. La cravatta rossa della sua divisa è sollevata a mezz'aria, indicando la direzione opposta verso cui stanno andando tutti quei bambini, come a volerci dire che loro ce l'avrebbero fatta, che loro stavano uscendo da una scuola e stanotte non avrebbero dormito tra gli spartitraffico di Mama Ngina Street.

Adios

Ho lasciato La Habana ieri, sotto una pioggia feroce che ha reso ancora piu' triste il distacco dalla citta'. Dal Vedado il taxi mi ha condotto alla estacion de autobus Viazul. Ho chiesto all'autista di percorrere un tratto di Malecon per ammirare ancora una volta la curva che termina al Morro. Vecchi edifici corrosi dalla salsedine, panni stesi da un lato all'altro delle vie brulicanti di vita, vecchi dallo sguardo fiero con mozziconi di sigaro tra le labbra, ragazzini in divisa bianca e blu che si baciano davanti a Coppelia. Penso ai momenti trascorsi tra queste vie con queste persone, ognuno vissuto come un'intera vita.

venerdì 22 ottobre 2021

Thai family

Ci eravamo allontanati da qualche giorno dal moto perpetuo delle nostre esistenze, stanchi e consumati da un anno impegnativo che ci aveva sfinito. Rifugiarci a Bangkok ci era sembrato terribilmente affascinante e avventuroso ma ora ne avevamo abbastanza di templi, mercati e taxi con i condizionatori a palla. Stavamo fuggendo dal suo caos umidiccio e assordante in un autobus a due piani verde e giallo, ci sentivamo così liberi e lontani da tutti e tutto da fantasticare sulla nostra vita lì, in una rinascita esistenziale, a piedi nudi e gambe incrociate sotto il pancione dorato di un Buddha sornione. Magari ero più io ad immaginarci sbarcati così ad est ma i ragazzi erano affascinati dall'idea e facevano l'elenco dei lati positivi della cosa, mia moglie invece manifestava civilmente il suo parere negativo, confermando la sua paura al cambiamento al di là della natura progressista che sbandierava ad ogni occasione. La sua inclinazione a capire, ad accettare e anche a sacrificarsi per vedere felice la sua famiglia era in netto contrasto con l'idea di un "vero" cambiamento. Ovviamente aveva ragione, l'equilibrio di cui eravamo in cerca non era lì, né in un posto diverso dalla nostra casa ma io soffro terribilmente il fascino dell'ignoto e mi apprezzo soltanto se oltrepasso i limiti, fisici o meno che siano. Certe volte temo che questa mia inclinazione venga scambiata per vanità o per egocentrismo mentre in realtà è soltanto il mio tentativo di essere autentico.

Rientrammo a Bangkok sul TukTuk di una famiglia conosciuta vicino al ponte sul fiume Kwai, la loro bambina ci osservò per tutto il tempo dal vetro che divideva l'abitacolo di guida dai sedili su cui eravamo seduti noi. Sentivamo i suoi genitori discutere, la giovane donna non era d'accordo su qualcosa, lui gesticolava lasciando lo sterzo per poi riafferrarlo scalando una marcia.
Loro da una parte, noi dall'altra.
Tutto sommato niente affatto distanti.

Cammino portoghese

Cammino portoghese, da Oporto a Santiago de Compostela e poi oltre, fino a Finisterre per bruciare sulla spiaggia un indumento indossato durante il cammino. Tappe indimenticabili fatte di fatica, di solitudine, di amicizia, di forza e di piccoli momenti felici. Esperienza segnante, metafora dell' esistenza, che non porta semplicemente da un punto geografico all'altro ma che parte da se stessi per terminare dove non ti aspetti.

Una lezione

Ho appena imparato che per vivere momenti autentici bisogna scegliere e non essere scelti.

Chang Mei


Chang Mei, nord della Thailandia. In un caffè piccolo piccolo c'è una chitarra, Matteo chiede e si esibisce presentando lo striminzito repertorio che conosce. Il caffè risuona delle note che sono abituato a sentire a casa, così la musica, attraverso mio figlio, collega due mondi tanto diversi e lontani.

domenica 17 ottobre 2021

Masai Mara

Questa foto è stata scattata 18 anni fa. Stasera ho potuto guardarla per la prima volta. Era un fotogramma nero, trasferito di cartella in cartella e oggi è saltato fuori. L'ho schiarito e sistemato al meglio e nonostante la qualità scadente il ricordo che compare non lo è affatto. Ero a Masai Mara, a qualche ora d'auto da Nairobi, tra le mie braccia c'è Bavika, figlia di amici indiani che vivono in Kenya e la mia mano è sulla spalla di un un vecchio masai di cui non ricordo il nome. Eccoci, in posa ognuno per un motivo diverso, con un'età diversa, con un colore diverso, con una lingua diversa. Questa foto è perfetta.

Thai

Andrea vede un gatto sdraiato all'ingresso del tempio, si toglie i sandali, entra e si siede a guardarlo. Matteo si inchina a mani giunte ad una vecchia signora che gli sorride e si inchina a sua volta. Fra, con un fiore di ibisco tra i capelli, guarda i suoi figli con quell'espressione che soltanto una mamma può avere.

Atacama

Non ricordo esattamente quante ore di bus ci vollero da Santiago del Cile fino a San Pedro de Atacama, una ventina credo, e mano a mano che il paesaggio cambiava e l'oceano, le distese di verde, le città, i piccoli villaggi scomparivano al di là del finestrino per lasciare il posto a cactus, sabbia e cielo, allo stesso tempo mi riempivo di un senso di meraviglia che non avevo mai provato prima di allora. Il Deserto avanzava curva dopo curva, metro dopo metro e improvvisamente mi ci ritrovai in mezzo. Queste vecchie carrozze abbandonate, l'unica foto non andata persa di un viaggio improvviso e frettoloso, figlio di una ferita mal sopportata, segna per me il confine tra un mondo tutto sommato possibile da affrontare ed un altro misterioso ed alieno, di cui ho memoria ma che fatico a mettere a fuoco per poterlo raccontare meglio di così.

Ci sono luoghi in cui è necessario tornare, come ci sono persone che bisogna rincontrare per capire in che senso hanno contribuito a cambiarti la vita. Perché comunque, in qualche modo, lo hanno fatto.

Offeso

Un giorno mi offesi per qualcosa. Era dicembre e faceva freddo. Avrò avuto otto o nove anni. Come tutti i pomeriggi ero a casa di mia nonna, la mamma di mio padre, che abitava nell'appartamento sotto al nostro. Mia nonna passava tutto l'inverno a guardare telenovelas sudamericane con la stufa al massimo, si moriva di caldo in quel salotto. Dicevo che quel giorno mi offesi, era primo pomeriggio, lo ricordo perché ero tornato da scuola da poco, a piedi, insieme a P. P. non mi piaceva, preferivo R., quella biondina con gli occhi celesti con cui mi misero il primo giorno di scuola ma lei abitava da un'altra parte, mentre P. viveva vicino casa mia. Insomma, ero offeso a morte per qualche torto impossibile da perdonare così me ne uscii in cortile, nel freddo di un inverno bianchissimo. Mia nonna provava a chiamarmi per farmi rientrare, che non avevo neanche il cappotto, ma a me quel sentirmi solo e in balia di qualunque cosa potesse accadermi, piaceva. E più lei tentava di attirarmi, con promesse, con dolcetti, con monete sonanti, più la mia resistenza diventava stoicismo ed io mi sentivo grande e forte. Quando iniziò a fare buio ed il freddo aumentò, mi sedetti sul davanzale della finestra del salotto e mentre mi abbracciavo le gambe stringendomi per scaldarmi, ascoltavo quello che succedeva al di là del vetro e oltre le cortine avana plissettate. Ogni rumore, ogni voce mi riconduceva ad una familiarità soverchiante, che mi faceva male al cuore. Cominciai a desiderare che dall'interno riprendessero a pregarmi di rincasare perché allora avrei potuto concederglielo, ma ormai tutti erano persuasi che insistere non sarebbe servito, forse si erano stancati di me, mi avevano dimenticato. Restai lì finché mamma non tornò dal lavoro. Sentii mia nonna che dalla porta-finestra che dava sulle nostre scale la chiamava per dirle di venire a prendermi e, nonostante mia mamma fosse restia ad entrare a casa di nonna, entrò. Attraversò parte del corridoio, superò la cucina in penombra ed uscì in cortile. Venne alla finestra e mi guardò allungando le braccia verso di me, sollevandomi da quel marmo ghiacciato. Mi strinse nel suo cappotto grigio che profumava di mamma, poi mi guardò come a chiedermi cosa fosse successo. La guardai di rimando senza parlare e ci sorridemmo di un sorriso impercettibile che soltanto noi due sapevamo esserci stato.

Seme

Sono un seme

che fiorisce più e più volte,

trasportato dal vento

oltre i confini e gli orizzonti.

Fiorisco e mi lascio trasportare ancora,

fluttuo in balia delle correnti

e non me ne curo.

La meta

 
"E' il 16 luglio 2013, sono le 18.01 e sono seduto ad un vecchio tavolo tirato a lucido e agghindato con centrini e statuine di limonge. I graffi e le ammaccature su cui faccio scorrere le dita mi raccontano che questo tavolo è qui da molto tempo, come il resto dell'arredamento e come la casa stessa. Le tante fotografie in bianco e nero parlano di una famiglia numerosa, una di esse ritrae l'intera dinastia nei primi anni '50. Gli uomini hanno baffi importanti e sguardi fieri, le donne sembrano conoscere già il loro futuro, anche le sei adolescenti con l'abito da suora. Mentre scrivo la distinta signora che mi ha amabilmente accolto si aggira silenziosa per la casa, entrando e uscendo da stanze che subito vengono richiuse, lasciandomi la curiosità dei segreti che celano. I rintocchi di una campana mi distraggono dalle mie fantasie richiamando lo sguardo oltre la grande finestra che si apre sulla cattedrale che ho tanto rincorso.

Sono entrato a Santiago de Compostela questa mattina, discendendo Monte de Gozo, e percorrendo gli ultimi chilometri del mio pellegrinaggio. I miei sandali ed il mio zaino sono stati casa per tutto il cammino e vederli ora in un angolo, ancora ricoperti della polvere della strada, mi suscitano tenerezza, verso di me e verso le persone che ho incontrato lungo il cammino. Molte di loro che avevo perso le ho rincontrate tra le vie di questa città, altre non le rivedrò più, altre ancora, chissà, magari cambieranno la mia vita più di quanto non abbiano già fatto. Mi chiedo come possa un' esperienza così personale unire tanto fortemente persone diverse e sconosciute. Sulla strada e negli albergue ogni distinzione tra le persone smette di essere tale, siamo soltanto pellegrini e la sola differenza tra noi è il nostro nome.
Ogni nome è un volto, un' espressione, un gesto, una parola.
Eva, la bionda tedesca pelle e ossa di Amburgo che da sola ha camminato da Bilbao a Santiago e che domattina riprenderà il cammino per raggiungere Finisterre. Dominique, che ha aspettato 17 anni prima di decidersi ad incamminarsi ma che lo ha fatto tre mesi fa chiudendosi alle spalle la porta della sua casa di Parigi. I due ragazzi polacchi che a O Paròn hanno indossato una tonaca e hanno detto messa con il parroco locale mentre noi altri pellegrini eravamo seduti ai banchi della chiesa e piangevamo commossi. Elisabeth, la ragazzina Danese a cui non piace studiare e che ho battuto 7 a 2 in una sfida di pela-patate. Thomas, l'ex punk slovacco che ci ha
divertito
una sera con una canzone russa che si intona mentre si aspetta che i panni stesi asciughino. Carmen, la chica di Malaga con cui ho discusso dei motivi che ci hanno messo in cammino senza citare mai quali fossero (
auguri
, è mezzanotte e il 17 luglio compi 27 anni). Lionel, Piedad e “la negrita”, i tre sessantenni colombiani con i quali ho bevuto birra a Ponte Ferrol e a cui ho spiegato come fare gli spaghetti alla chitarra. Antonio da Salamanca, che ha fatto la doccia con il sifone davanti al lavadero dell' albergue di Pola de Allende sotto lo sguardo curioso di due vacche pezzate che pascolavano nei pressi. Le due nonnine francesi di Bordeaux, che ogni tanto litigavano ma non potevano fare a meno l'una dell'altra. Daniel, un amico insperato che mi ha insegnato a contemplare l'orizzonte.
Vivir es compartir. Nulla di più vero."

 

Mi preparo il caffè in una città non mia, in una casa non mia, in una cucina non mia, in un tempo che sembra non appartenermi. Lo faccio con i gesti consueti di una vita, come se invece tutto questo fossero un luogo ed un momento miei da sempre. L'aroma del caffè che invade il cucinino è confortante, ce n'è bisogno.

A. e D.

Forse li ho sognati oppure semplicemente pensavo a loro, due amici di una vita passata con cui ho fatto delle scoperte. Lui di Casablanca, lei di Belgrado, vivevano ad un passo da me e quando andavo a casa loro era come entrare in un altro mondo. La mia visione delle cose ed il mio pensiero erano conformi a quello che mia madre, un prete e diversi insegnanti avevano pesantemente contribuito a plasmare, perché convinti, o certi di esserlo, che le cose stanno come stanno e che bisogna essere come bisogna essere. Quando invece varcavo la soglia di quella casa i profumi sconosciuti, le parole con gli accenti sbagliati e i pensieri, soprattutto i pensieri, mi investivano con una violenza dolcissima facendo vacillare tutto il mio mondo ordinato ed ordinario. Ve ne sono grato.

Momenti

Ricordo certi giorni di me bambino in cui mi sentivo felice. C'erano alcuni momenti ricorrenti che attendevo con ansia spasmodica perché in quegli istanti provavo un benessere diffuso che mi stordiva e mi faceva desiderare soltanto la non fine di quegli attimi. Uno di quei momenti speciali si verificava quando c'era il sole, qualunque fosse la stagione. Dopo pranzo mia mamma preparava il caffè e si sedeva in balcone con la tazzina in mano. Io mi rannicchiavo sulle mattonelle calde con le ginocchia raccolte sul petto e con la schiena contro la ringhiera bianca e azzurra. Mi incantavo a guardarla fumare, il sole sul viso, dopo che aveva bevuto il caffè. Mia mamma era bella e spavalda, aveva l'aria da dura e quando aspirava il fumo socchiudeva gli occhi in due fessure brillanti. Era il mio eroe. Volevo somigliarle, essere forte e sicuro come lo era lei. Quando spostava lo sguardo su di me mi faceva un regalo, quei pochi minuti che si concedeva dai suoi impegni sapevo che erano solo suoi ed in quel momento mi sentivo come un intruso nella sua vita. Poi però mi sorrideva e mi faceva cenno di avvicinarmi, mi accarezzava i capelli, uno dei suoi rari gesti d'affetto, e la sua espressione diventava dolce come non lo era mai. Allora l'amavo, l'amavo con tutto me stesso ed ero felice.


Sosta himalayana

 

Lemon tea, bollente e ristoratore. Fuori piove e ci siamo rifugiati in un posto dove ci stanno preparando da mangiare. C'è una pace insolita tutt'intorno, un silenzio a cui non sono abituato. Siamo avvolti dalla nebbia e sentiamo la pioggia ticchettare sul tetto di lamiera di questo... riparo. Tappeti, cuscini, galline, bambini scalzi ed un profumo di spezie soffrite che piano piano invade la stanza.

Albergue

 

Arrivare all'albergue era come rientrare a casa. Tra doccia, bucato e preparazione della cena c'era un particolare unico: la tua famiglia aveva ogni sera occhi diversi.

Da qualche parte nelle Asturie, Spagna

Quando sei ragazzino il concetto di tempo è confuso, non so dire per quanti giorni o settimane questo videogioco è rimasto nell'unica sala giochi che all'epoca c'era a Pineto ma a me è sembrato un tempo lunghissimo, un tempo che ho vissuto in simbiosi con il gioco stesso. Davanti a questo cabinato sono cambiato e cresciuto e mi sono scoperto. L'ho amato fin dalla prima partita, quegli sprite enormi e colorati li avevo sempre davanti agli occhi e la colonna sonora la sentivo in un loop infinito nelle mie orecchie. Mi scroprii subito bravo nel giocarci, guidavo Pacman tra fantasmini e macchinine con agilità e precisione, superavo punti difficili dove altri continuavano a morire e ogni volta che infilavo una moneta nella gettoniera intorno a me si creava una piccola folla di spettatori. L'estate del 1984 la trascorsi tra i muretti della "Vecchietta" e la sala giochi e li mi innamorai di Donatella, una ragazzina di Terni che abitava vicino casa mia. Ogni sera andavo a prenderla, lei saliva in piedi sul portapacchi della mia bici e andavamo in centro. Ogni sera iniziava con Pac-Land, giocavo e mi superavo. Ogni nuova partita mi dava fiducia, sentivo il tifo degli amici e lo sguardo di Donatella che passava dal mio viso allo schermo come se volesse in qualche modo sostenere la tensione di quei momenti. Quando le monete finivano andavamo a sederci sui muretti o a passeggiare sulla spiaggia. Donatella voleva fare la scrittrice ed io il giornalista così ci immaginavamo grandi e facevamo discorsi importanti a cui ripenso ancora oggi. Poi tornavamo ragazzini e parlavamo di come superare quel maledetto livello di Pac-Land in cui morivo sempre e intanto non smettevamo di abbracciarci e di baciarci. La prima volta che la baciai, all'improvviso mentre stava salendo sulla mia bici, lei mi guardò con occhi enormi e non si scompose, non arrossì, non mi schiaffeggiò ma mi guardò dritto negli occhi e disse di andare. La sera che terminai il gioco ed il mio nome ed il mio punteggio furono scritti con una grossa matita rossa da muratore sulla parte posteriore del cabinato, mi ero rasato il viso per la prima volta. Dopo essermi riempito la faccia di schiuma usai un rasoio di mio padre, ripetendo i gesti che gli vedevo fare ogni mattina. Non c'era nulla da radere ma quei gesti mi davano sicurezza e la freschezza del mentolo mi stordiva piacevolmente. Quella sera fui protagonista e provai per la prima volta nella mia vita che cosa significasse raggiungere uno scopo. Ancora oggi porto dentro i giorni di quella estate, i baci di Donatella, il profumo del mentolo e la sensazione che si prova nel sentirsi completi.

Epilogo

  La prima immagine di quella giornata è il mio viso riflesso nello specchio del bagno della casa in cui sono nato, quella in via Cristoforo...