venerdì 22 ottobre 2021

Lisboa


Eccola

odorosa di spezie e di pane di mais

rilassata

al tavolino di un caffè a Praça do Comércio

sudata

nelle notti di fado e vino rosso.

Lisboa

imprigionata tra i versi del suo poeta invisibile

e le impavide prue che sfidavano l'Atlantico.

domenica 17 ottobre 2021

Masai Mara

Questa foto è stata scattata 18 anni fa. Stasera ho potuto guardarla per la prima volta. Era un fotogramma nero, trasferito di cartella in cartella e oggi è saltato fuori. L'ho schiarito e sistemato al meglio e nonostante la qualità scadente il ricordo che compare non lo è affatto. Ero a Masai Mara, a qualche ora d'auto da Nairobi, tra le mie braccia c'è Bavika, figlia di amici indiani che vivono in Kenya e la mia mano è sulla spalla di un un vecchio masai di cui non ricordo il nome. Eccoci, in posa ognuno per un motivo diverso, con un'età diversa, con un colore diverso, con una lingua diversa. Questa foto è perfetta.

Thai

Andrea vede un gatto sdraiato all'ingresso del tempio, si toglie i sandali, entra e si siede a guardarlo. Matteo si inchina a mani giunte ad una vecchia signora che gli sorride e si inchina a sua volta. Fra, con un fiore di ibisco tra i capelli, guarda i suoi figli con quell'espressione che soltanto una mamma può avere.

Atacama

Non ricordo esattamente quante ore di bus ci vollero da Santiago del Cile fino a San Pedro de Atacama, una ventina credo, e mano a mano che il paesaggio cambiava e l'oceano, le distese di verde, le città, i piccoli villaggi scomparivano al di là del finestrino per lasciare il posto a cactus, sabbia e cielo, allo stesso tempo mi riempivo di un senso di meraviglia che non avevo mai provato prima di allora. Il Deserto avanzava curva dopo curva, metro dopo metro e improvvisamente mi ci ritrovai in mezzo. Queste vecchie carrozze abbandonate, l'unica foto non andata persa di un viaggio improvviso e frettoloso, figlio di una ferita mal sopportata, segna per me il confine tra un mondo tutto sommato possibile da affrontare ed un altro misterioso ed alieno, di cui ho memoria ma che fatico a mettere a fuoco per poterlo raccontare meglio di così.

Ci sono luoghi in cui è necessario tornare, come ci sono persone che bisogna rincontrare per capire in che senso hanno contribuito a cambiarti la vita. Perché comunque, in qualche modo, lo hanno fatto.

Offeso

Un giorno mi offesi per qualcosa. Era dicembre e faceva freddo. Avrò avuto otto o nove anni. Come tutti i pomeriggi ero a casa di mia nonna, la mamma di mio padre, che abitava nell'appartamento sotto al nostro. Mia nonna passava tutto l'inverno a guardare telenovelas sudamericane con la stufa al massimo, si moriva di caldo in quel salotto. Dicevo che quel giorno mi offesi, era primo pomeriggio, lo ricordo perché ero tornato da scuola da poco, a piedi, insieme a P. P. non mi piaceva, preferivo R., quella biondina con gli occhi celesti con cui mi misero il primo giorno di scuola ma lei abitava da un'altra parte, mentre P. viveva vicino casa mia. Insomma, ero offeso a morte per qualche torto impossibile da perdonare così me ne uscii in cortile, nel freddo di un inverno bianchissimo. Mia nonna provava a chiamarmi per farmi rientrare, che non avevo neanche il cappotto, ma a me quel sentirmi solo e in balia di qualunque cosa potesse accadermi, piaceva. E più lei tentava di attirarmi, con promesse, con dolcetti, con monete sonanti, più la mia resistenza diventava stoicismo ed io mi sentivo grande e forte. Quando iniziò a fare buio ed il freddo aumentò, mi sedetti sul davanzale della finestra del salotto e mentre mi abbracciavo le gambe stringendomi per scaldarmi, ascoltavo quello che succedeva al di là del vetro e oltre le cortine avana plissettate. Ogni rumore, ogni voce mi riconduceva ad una familiarità soverchiante, che mi faceva male al cuore. Cominciai a desiderare che dall'interno riprendessero a pregarmi di rincasare perché allora avrei potuto concederglielo, ma ormai tutti erano persuasi che insistere non sarebbe servito, forse si erano stancati di me, mi avevano dimenticato. Restai lì finché mamma non tornò dal lavoro. Sentii mia nonna che dalla porta-finestra che dava sulle nostre scale la chiamava per dirle di venire a prendermi e, nonostante mia mamma fosse restia ad entrare a casa di nonna, entrò. Attraversò parte del corridoio, superò la cucina in penombra ed uscì in cortile. Venne alla finestra e mi guardò allungando le braccia verso di me, sollevandomi da quel marmo ghiacciato. Mi strinse nel suo cappotto grigio che profumava di mamma, poi mi guardò come a chiedermi cosa fosse successo. La guardai di rimando senza parlare e ci sorridemmo di un sorriso impercettibile che soltanto noi due sapevamo esserci stato.

Bogotà

Quando ne senti parlare vieni assalito da mille paure e inizi a temerla ancor prima di conoscerla. Io la incontrai in una notte di fuochi accesi per strada con ombre ferme in attesa e altre che scivolavano nel buio, lontane dai riverberi dei falò e dalle lame di luce artificiale dei fari delle auto. I pochi millimetri di vetro del finestrino di un taxi mi separava da tutto quello ed il pensiero che a momenti sarei stato lasciato lì fuori mi terrorizzava e mi eccitava al tempo stesso. Ed ecco le emozioni che cercavo, che ora mi spaventavano e mi facevano sentire vivo, quelle per cui spesso mi sono messo nei guai ma che mi definiscono e mi rappresentano. Stringevo una cinghia dello zaino in una mano e nell'alta avevo pronti i soldi per pagare la corsa: mentre mi difendevo già da lei, non vedevo l'ora di scoprirla.

Seme

Sono un seme

che fiorisce più e più volte,

trasportato dal vento

oltre i confini e gli orizzonti.

Fiorisco e mi lascio trasportare ancora,

fluttuo in balia delle correnti

e non me ne curo.

Hector


Quando ritorni, seppur in sogno, a persone o luoghi che hai amato è come rivivere una seconda volta, solo che sai già che amerai per sempre quelle persone e quei luoghi.

Iquitos è il solito sciamare di motorini e biciclette. L'aria immobile odora di terra bagnata e le capanne sul fiume sembrano gigantesche ninfee sul punto di lasciarsi andare.
Attraverso le strade tranquille del primo pomeriggio, seguo a memoria il percorso per casa di Hector come se avessi da sempre abitato lì. Quella finestra c'è ancora, mi avvicino e sfioro con le dita il davanzale. Hector era il capolavoro che quella finestra incorniciava. Lo rivedo lì, in canottiera, col ventre straripante, che dosa con fare solenne rum e coca nei nostri bicchieri. Aveva storie di amori tristi e impossibili da raccontare, era capace di stare lì per ore a bere e a raccontare e io, per ore, stavo lì a bere e ad ascoltare. Di tanto in tanto si interrompeva e voltandosi verso la penombra della casa gridava “hielo!”, allora compariva una india esile che a piedi nudi ci raggiungeva per metterci del ghiaccio nei bicchieri. Quando la ringraziavo lei mi guardava con dolcezza per poi tornare a vivere una vita a me ignota.
La finestra è socchiusa e ho la tentazione di bussare, poi rinuncio. Hector e la sua india potrebbero non esserci più. Quelle storie d'amore tristi e impossibili le ho già ascoltate. E comunque non sarebbero più le stesse.

La meta

 
"E' il 16 luglio 2013, sono le 18.01 e sono seduto ad un vecchio tavolo tirato a lucido e agghindato con centrini e statuine di limonge. I graffi e le ammaccature su cui faccio scorrere le dita mi raccontano che questo tavolo è qui da molto tempo, come il resto dell'arredamento e come la casa stessa. Le tante fotografie in bianco e nero parlano di una famiglia numerosa, una di esse ritrae l'intera dinastia nei primi anni '50. Gli uomini hanno baffi importanti e sguardi fieri, le donne sembrano conoscere già il loro futuro, anche le sei adolescenti con l'abito da suora. Mentre scrivo la distinta signora che mi ha amabilmente accolto si aggira silenziosa per la casa, entrando e uscendo da stanze che subito vengono richiuse, lasciandomi la curiosità dei segreti che celano. I rintocchi di una campana mi distraggono dalle mie fantasie richiamando lo sguardo oltre la grande finestra che si apre sulla cattedrale che ho tanto rincorso.

Sono entrato a Santiago de Compostela questa mattina, discendendo Monte de Gozo, e percorrendo gli ultimi chilometri del mio pellegrinaggio. I miei sandali ed il mio zaino sono stati casa per tutto il cammino e vederli ora in un angolo, ancora ricoperti della polvere della strada, mi suscitano tenerezza, verso di me e verso le persone che ho incontrato lungo il cammino. Molte di loro che avevo perso le ho rincontrate tra le vie di questa città, altre non le rivedrò più, altre ancora, chissà, magari cambieranno la mia vita più di quanto non abbiano già fatto. Mi chiedo come possa un' esperienza così personale unire tanto fortemente persone diverse e sconosciute. Sulla strada e negli albergue ogni distinzione tra le persone smette di essere tale, siamo soltanto pellegrini e la sola differenza tra noi è il nostro nome.
Ogni nome è un volto, un' espressione, un gesto, una parola.
Eva, la bionda tedesca pelle e ossa di Amburgo che da sola ha camminato da Bilbao a Santiago e che domattina riprenderà il cammino per raggiungere Finisterre. Dominique, che ha aspettato 17 anni prima di decidersi ad incamminarsi ma che lo ha fatto tre mesi fa chiudendosi alle spalle la porta della sua casa di Parigi. I due ragazzi polacchi che a O Paròn hanno indossato una tonaca e hanno detto messa con il parroco locale mentre noi altri pellegrini eravamo seduti ai banchi della chiesa e piangevamo commossi. Elisabeth, la ragazzina Danese a cui non piace studiare e che ho battuto 7 a 2 in una sfida di pela-patate. Thomas, l'ex punk slovacco che ci ha
divertito
una sera con una canzone russa che si intona mentre si aspetta che i panni stesi asciughino. Carmen, la chica di Malaga con cui ho discusso dei motivi che ci hanno messo in cammino senza citare mai quali fossero (
auguri
, è mezzanotte e il 17 luglio compi 27 anni). Lionel, Piedad e “la negrita”, i tre sessantenni colombiani con i quali ho bevuto birra a Ponte Ferrol e a cui ho spiegato come fare gli spaghetti alla chitarra. Antonio da Salamanca, che ha fatto la doccia con il sifone davanti al lavadero dell' albergue di Pola de Allende sotto lo sguardo curioso di due vacche pezzate che pascolavano nei pressi. Le due nonnine francesi di Bordeaux, che ogni tanto litigavano ma non potevano fare a meno l'una dell'altra. Daniel, un amico insperato che mi ha insegnato a contemplare l'orizzonte.
Vivir es compartir. Nulla di più vero."

 

Mi preparo il caffè in una città non mia, in una casa non mia, in una cucina non mia, in un tempo che sembra non appartenermi. Lo faccio con i gesti consueti di una vita, come se invece tutto questo fossero un luogo ed un momento miei da sempre. L'aroma del caffè che invade il cucinino è confortante, ce n'è bisogno.

Il salotto è illuminato dal baluginio intermittente delle lucine dell'albero di Natale. Di là dormono già tutti e la casa scricchiola e sussurra come sa fare solo di notte. La libreria è un gigantesco mosaico sulla parete nord; scorro i titoli, decine, centinaia e di ogni libro ho un ricordo. C'è quello letto lungo il cammino per Santiago, quello comprato a Termoli in un pomeriggio estivo di vent'anni fa, quello la cui protagonista risveglia i morti, quello che ho rubato in un ostello della gioventù, quello che parla di un uomo che prende tutte le decisioni tirando i dadi, quello in cui mangiano zuppa di cane, quello del passaggio magico nell'armadio, quelli di eroi, di perdenti, di persone a cui vorremmo somigliare o da cui vorremmo restare lontani. É un mosaico di vite di cui fa parte, inevitabilmente, anche la mia.

Epilogo

  La prima immagine di quella giornata è il mio viso riflesso nello specchio del bagno della casa in cui sono nato, quella in via Cristoforo...